Storia
La Cattedrale di Ferentino
di Don Luigi Di Stefano
La Cattedrale di Ferentino emerge maestosa sulle possenti mura megalitiche e romane lungo il lato Sud-Est dell’imponente bastione dell’Acropoli.
A
chi viene dal Sud, lungo la via Latina (l’attuale Via Casilina, SS. 6) è ben
visibile al di sopra di tutte le abitazioni civili con il suo campanile,
derivato da un’antica torre romana e - svettante nei suoi 22 metri di
altezza a coronamento della città di Ferentino, di cui è stata attraverso i
secoli la casa comune e il principale emblema religioso.
E’ comunemente accettato, ormai, che la Chiesa Cattedrale abbia avuto
origini altomedievali con il vescovo Pasquale I, sotto il pontificato del
Papa Pasquale I (817-824), come ben dimostrano i numerosi reperti
archeologici, il ciborio, i plutei, le colonnine e le varie cornici di
raccordo di stile longobardo. Si deve, invece, all’intraprendenza e alla
fattiva operosità del Vescovo Agostino (1106-1113), già abate del Monastero
di Casamari, e definito “plus” et “actor”, pastore zelante ed
artefice, che la dedicò, come quella di Casamari, ai santi fratelli romani
Giovanni e Paolo, la grande opera di ristrutturazione e di rinnovamento
interno della basilica.
A suggello della grande opera intrapresa,
infatti, il pio prelato il 29 Dicembre del 1108 vi trasferì le reliquie del
martire Ambrogio, patrono e principale protettore della città e della
Diocesi. (cfr. il calendario liturgico della corte papale avignonese del
1300 e della Cattedrale di Ferentino che riportano sempre al 29 Dicembre la
celebrazione della “memoria” annuale della deposizione di S. Ambrogio).
In un pluteo cosmatesco della Cattedrale all’opera del vescovo Agostino per
la sistemazione e l’abbellimento del sepolcro del Martire sotto l’altare
maggiore è collegato anche il nome del papa Pasquale II (1099-1118). La
tradizione vuole che detto Pontefice il 13 Giugno 1108 abbia consacrato di
persona la rinnovata basilica Cattedrale e l’altare.
Per antica tradizione, infatti, il ricordo annuale della Dedicazione della
Cattedrale veniva celebrato dai Canonici il 13 Giugno (cfr. Archivio
Capitolare, ACF, voI. V’ F. 105 ). Ma il vescovo Valeriano Chierichelli, con
un Editto del 12 Maggio 1707, per togliere la concomitanza con la festa di
S. Antonio da Padova che a Ferentino si celebrava solennemente nella chiesa
di S. Francesco con processione e fiera, dietro Decreto della Sacra
Congregazione dei Riti del 27 Novembre 1706, trasferì il ricordo della
Dedicazione della Cattedrale al 23 Ottobre di ogni anno.

![]()
Perciò quest'anno, il 29 Dicembre 2007
abbiamo aperto il Nono Centenario della rinnovata Basilica Cattedrale per
chiuderlo solennemente la Domenica 28 Dicembre 2008, a ricordo significativo
di quel fausto giorno 29 Dicembre del 1108, quando la nostra Cattedrale, già
illustre per l’architettura e per l’arte, per gli avvenimenti storici e le
celebrazioni dei Pontefici romani, fu impreziosita e resa ancor più sacra
per la presenza del sepolcro del martire Ambrogio (+ 304) .Quello che
affascina chi visita la Cattedrale per la prima volta è il pavimento in
mosaico della celebre famiglia romana “Dei Cosmati”. Se ancor oggi esso crea
lo stupore nel visitatore, figuriamoci cosa doveva essere prima che il genio
devastatore del “Barocco”, con l’esaltazione di un gusto alterato e
invadente, nel 1693 decurtasse l’arte della Basilica delle sue opere più
belle: l’iconostàsi e l’ambone. Fin dall’antichità alla “Cattedrale”
di Ferentino (cosiddetta perché nel catino dell’abside contiene la cattedra
vescovile, icona del magistero del Vescovo) furono riservati i titoli
onorifici di “Basilica”, cioè di “edificio regale”, avuto per
concessione pontificia, e di “Duomo”, cioè “chiesa illustre”,
denominazione normalmente riconosciuta per alcune cattedrali che si
impongono nel contesto urbano per l’arte e il decoro. Se perciò, oltre ai
plutei di mosaico ancora in situ, diamo uno sguardo anche alla molteplicità
di altri pezzi devastati e accantonati, ora esposti lungo le pareti della
chiesa, amaramente ci rendiamo conto di quante opere siano state manomesse o
abbattute e restiamo veramente sbalorditi per la sontuosità e la
magnificenza originaria della chiesa. Doveva essere una ricchezza ed un
incanto e non ci si rende conto oggi come sia stato possibile bonariamente
commettere simili scempi.
Il pavimento che oggi attrae la maggiore attenzione della chiesa, risale al
1203. In un’iscrizione, purtroppo scomparsa nel 1747 durante i lavori di
risistemazione della cappella laterale destra, dedicata allora a S.
Ambrogio, incisa su una delle volute della guida centrale si leggeva:
“Hocpavimentumjecit Albertus Episcopus, per manus Jacobi magistri romani”.
Si tratta di Alberto Longhi (1203-1222) già canonico della Cattedrale di
Anagni. maestro ed amico del papa Innocenzo III, scelto e consacrato vescovo
dallo stesso pontefice nella Cattedrale di Ferentino il 30 maggio 1203.
Nella lunetta esterna sulla porta centrale d’ingresso è raffigurata la
“Vergine odigìtria”, cioè del “retto cammino”, tra i santi
Giovanni e Paolo in tunica romana clavata, completata dal pallio bianco, che
guarda chi entra e gli indica come vera meta del cammino il Bambino Gesù che
porta sul braccio sinistro. Pendenti alle due estremità dell’arco superiore
sono scolpite due botticelle, segno dell’abbondanza di beni spirituali che
si troveranno all’interno del duomo e che donano allegrezza e gioia.
Entrati, ci si trova davanti a una guida marmorea, costituita da un’infinità
di tessere policrome, alcune addirittura di pochi millimetri, artisticamente
disposte a ornamento di una serie continua di volute. che racchiudono dei
cerchi diversi l’uno dall’altro, con lo scopo di scandire i vari passaggi di
un “cammino di perfezione’, che l’anima cristiana compie per arrivare
all’incontro con il Signore, che abita nel punto più interno ed elevato
della chiesa. Nulla è posto a
caso. Il primo cerchio contiene il disegno centrale policromo del triangolo
con tre globi semicircolari costruiti uno su ogni lato, contornato da una
raggiera bianca, che gli dona l’effetto e lo splendore del sole. A te che lo
Osservi fa venire l’idea della Santissima Trinità, che ti invita a ricevere
la benedizione di Dio, che ti accoglie. ti prende sotto la sua protezione e
ti invita a non aver paura di intraprendere un cammino di conversione nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Si ascende per i quattro cerchi successivi. incamminati alla ricerca di
Cristo Gesù, la cui venuta dei tempi dell’antica Alleanza è stata curata dal
Padre stesso. che prima si è creato un suo popolo con gli eventi
straordinari della liberazione dall’Egitto e del sostentamento nel Deserto.
poi se lo è formato con il dono dato a Mosè dei Dieci Comandamenti, con gli
scritti sapienziali, e con la parola dei Profeti (Ebr. 1, 1).
Sono un’alternanza di due tondi, segno della incommensurabilità della
grandezza di Dio e di due esagoni, figure geometriche misurabili, segno
della limitatezza umana.
Tutt' intorno siamo circondati da tanti riquadri rettangolari, tutti
orientati, come tante persone disposte sui tappeti di preghiera del
culto orientale verso Gesù Cristo, che, seduto in trono nell’alto del catino
dell’abside, rivestito delle bianche vesti sacerdotali del Risorto, mostra
nelle mani aperte per un annunzio di pace le ferite dei chiodi della croce,
segno della salvezza portata all’umanità con la sua morte (1Cor. 15.14-20).
Se allunghiamo lo sguardo in avanti vediamo uno scalino di circa 15 cm.
Tutt’in giro su quello scalino era sistemata la recinzione della
“Iconostàsi” (lett. “luogo dove si pongono le immagini”), costituita
da splendide e grandiose lastre di marmo, finemente ornate da intarsi in
mosaico con disegni geometrici o con tondi disposti “a forma di quincònce”
(come il numero cinque nei dati da giuoco) raccordati da comici
deliziosamente scolpite con rifiniture cosmatesche. Oggi i plutei, tolti già
nel 1693 dai luoghi originari, alcuni sono stati riutilizzati nel pavimento,
altri sono stati esposti, anche se mutili e rovinati, intorno ad alcuni
pilastri adiacenti.
La zona sullo scalino. recintata in origine dai plutei della iconostasi è
detta anche Schola Cantorum, perché racchiudeva lo spazio riservato ai
ministeri esercitati di fatto nella Chiesa, cantori, lettori, accoliti,
sacristi e ministranti. Nei lavori di restauro eseguiti nel 1904 si è voluto
ricostruirla più piccola, arretrandola, per recintare almeno il presbiterio,
luogo riservato al clero, disposto su un piano ancora più rialzato di almeno
cm. 86.
Ancora nella zona pianeggiante della chiesa, tra la porta d’ingresso e lo
scalino, vediamo che la guida si allarga in un grande riquadro. Questo è il
punto di mezzo di tutto il corpo della chiesa nella zona riservata al
popolo, cioè l' “omphalos” (=l’ombelico). La cornice riquadra un
quinconce, di cui la rota centrale più grande delle altre, di color giallo
oro, richiama il colore della divinità e del paradiso nelle icone bizantine.
Essa rappresenta Cristo Gesù, contornato dai quattro esseri viventi
dell’Apocalisse: il leone, il bue, l’uomo e l’aquila (Ap. 4,9), dai padri
della Chiesa (S. Treneo, Adv. Haer. 3.11.8) scelti a significare i quattro
evangelisti.
L’omphalòs è fatto a imitazione della “rota regia”, più solenne e
grandiosa, costruita nel sec. V° sec. dall’imperatore Giustiniano nella
Basilica di S. Sophia a Costantinopoli, dove l’imperatore era solito porsi
per ricevere l’omaggio della corte, dei dignitari e del popolo. Era il luogo
tradizionale dell’accoglienza. Infatti ogni nuovo vescovo, quando fa il
primo ingresso nella sua Cattedrale. qui si inginocchia a baciare il
Crocifisso, posto su quella pietra che è l’icona di Cristo Gesù.
Anche i neofiti, la notte di sabato santo, dopo aver ricevuto il battesimo
al fonte battesimale. qui venivano accolti dal vescovo per ricevere
l’unzione della cresima ed essere ammessi a celebrare l’eucaristia con la
comunità.
I sei cerchi che ci separano ancora dallo scalino e quindi, dall’ingresso
nella Scuola Cantorum indicano il periodo e il cammino catecumenale
della Iniziazione cristiana, prima di essere ammessi ai Sacramenti. E’ il
momento delle Catechesi, della conversione e delle scelte vere nella vita:
della conoscenza reale di Cristo, dell’esercizio delle virtù cristiane; ma
soprattutto dell’accettazione delle sei richieste del “Padre Nostro
“, la preghiera insegnata da Cristo Gesù, che nel periodo della Iniziazione
Cristiana viene consegnata in modo particolare ad ogni catecumeno perché la
mediti, l’approfondisca e la faccia propria prima di essere ammesso alla
vita sacramentana. Nel quinto cerchio troverai ancora un quinconce disposto
a croce, che indica la “signatio”, per cui il catecumeno, che si
prepara a ricevere il battesimo, vene segnato sulla fronte dalla croce di
Cristo Gesù,
Il dislivello dello scalino ci immette ad un livello spirituale superiore,
che è la zona sacra dell’Iconostasi, nella quale possiamo usufruire della
vita sacramentaria della Grazia, Le sette circonferenze racchiudono ruote ed
esagoni, i sette sacramenti donati da Cristo e amministrati dalla Chiesa. I
due sacramenti che liberano l’anima dal peccato e dal male (il battesimo e
la penitenza) sono rappresentati da due ruote di granito grigio.
Due lastre intarsiate con il numero “8” ci ricordano il “giorno ottavo”, il
giorno dopo il sabato, giorno della Risurrezione di Cristo e della Pasqua e
ci avvicinano sempre più al luogo, dove abita il “Santo dei Santi?”, e dove
si vive la centralità del messaggio di salvezza. La Risurrezione, infatti, è
la compietezza, la speranza e l’unica forza della vita cristiana. Se Cristo
non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede, dice S. Paolo.
Per la celebrazione dei divini Misteri, che sono lo scopo principale della
Chiesa, sono stati disposti due grandi centri di interesse ben visibili
nella Chiesa, i più rappresentativi e i più ornati: l’ambone con la colonna
del Cero Pasquale e il ciborio con l’altare.
L’ambone era un primo luogo nobile ed elevato nella Chiesa dove si
proclamava la Parola di Dio e quindi si svolgeva la prima parte della Messa.
Esso consisteva in una tribunetta posizionata sulla destra di chi entra,
all’interno dell’iconostàsi. Era sostenuta da sei colonne e abbastanza
elevata per rendere visibile il lettore che proclamava le letture; vi si
accede- va per mezzo di una scala in muratura. Era racchiusa per tre lati
dai plutei, ora posti nel pavimento davanti al martyrium di S. Ambrogio.
raccordati fra loro agli angoli dalle quattro colonnine, riutilizzate nel
1904 ad abbellimento dell’altare maggiore. La forma stessa rettangolare
dell’ambone contiene in sé l’idea della tomba di Cristo, da cui sprigiona il
messaggio pasquale della risurrezione.
A fianco dell’ambone si innalzava il monòlito della colonna tortile del cero
pasquale. Addossata attualmente ad un pilastro della navata centrale,
rappresenta ancor oggi l’elemento più fine ed elegante di tutta la chiesa,
perché sosteneva il cero di Pasqua, che è simbolo di Cristo risorto e luce
del mondo. Era sostenuta alla base da tre leoni e da una sfinge riutilizzati
i primi due a decoro della cattedra vescovile e gli altri due presso la
porta della sagrestia. Entrando in chiesa, infatti, l’attenzione del fedele
era attratta da questa colonna molto alta, come la colonna di fuoco che
precedeva la carova na degli ebrei nel deserto. Gesù diceva: “Non si accende
una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sul candeliere, perché faccia
luce a tutti quelli che sono nella casa”. E’ inconcepibile pensare a un
ambone senza la colonna del cero pasquale. Una scritta, riportata sul
passamano riutilizzato poi nella transenna che recinge il presbiterio e
l’altare, ricorda ancora oggi il nome dell’ artista Paolo, il quale dalla
bottega stessa dei Cosmati è definito un “grande’: “Hoc opifex
magnusfecit vir nomine Paulus” (Quest’opera è stata eseguita dal grande
artefice di nome Paolo).
Il ciborio è lo snello e maestoso baldacchino a copertura dell’altare
maggiore, dove si svolge la seconda parte della Messa, concepito a forma di
una tenda degli ebrei nel deserto. Sostenuto in alto da due ordini di
eleganti colonnine e in basso da quattro grandi colonne in marmo cipollino.
con capitelli finemente lavorati, è collocato al centro della chiesa. sotto
l’arco trionfale, e incastonato nel grande catino dell’abside. Vuole essere
la ricostruzione di quello che era il cosiddetto “Santo dei Santi” nel
Tempio di Gerusalemme, cioè il luogo più raccolto e intimo di tutta la
basilica, dove si celebrano i sacri Misteri e abita la Divinità. Esso è
abbellito da simboli e lampade, occultato da tendaggi, ma al tempo stesso
aperto e visibile, per indicarne il mistero e la sacralità. Il cibo- rio
costituisce, con il prospetto del sottostante “Martyrium”, dove è il
sepolcro del martire Ambrogio, una pregevole opera di Drudo del Trivio
(a. 1230). commissionata dal nobile ferentinate Giovanni, arcidiacono di
Norwich. I pannelli di copertura, come risulta dalle scritte funerarie
dedicatorie ivi incise, sono riutilizzazioni di lastre tombali provenienti
da un qualche cimitero paleocristiano della vicina Roma.
Opera illustre è anche la Cattedra Vescovile posta rialzata al centro
dell’abside in posizione dominante del presbiterio e di tutta l’assemblea.
La cattedra è l’icona plastica e visibile del Magistero dei Vescovi
Ferentinati, onorata dalla presenza di tanti pontefici romani, tra i quali
ricordiamo Pasquale II, che ha consacrato la chiesa, Innocenzo III, che il 9
Maggio 1203 vi ha canonizzato S. Wulstano, vescovo di Wocester
(Inghilterra), Onorio III, che nel 1223 vi ha ricevuto l’imperatore Federico
II e Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme per un accordo di crociate;
Alessandro III, Gregorio XVI, Pio IX e per ultimo Paolo VI (1° Sett. 1966).
Nel catino dell’abside domina in alto la figura del Cristo pantocratore,
seduto in cattedra in abiti sacerdotali. Cristo, come sommo sacerdote della
nuova Alleanza, riunisce in sé tutto il mondo ed abbatte ogni separazione
tra il popolo ebreo, erede dell’antica Promessa, e gli altri popoli pagani,
lontani dalla verità, rappresentati dalle due città di Gerusalemme (popolo
ebreo) e di Betlemme (i pagani). Gli affreschi di tutta la chiesa sono stati
eseguiti dal Prof. Eugenio Cisterna nel 1904.
Finché dura il gusto spirituale delle cose belle, delle cose sante, delle
cose vere, finché si coltiva l’attaccamento alle memorie dei nostri padri e
alle tradizioni cittadine, la Cattedrale di Ferentino ha qualcosa da
raccontare e da tramandare ai posteri, con il suo campanile che da secoli
ripete tre volte al giorno l’annuncio apotropaico che porta inciso a
caratteri cubitali sulle sue pietre che hanno sfidato le intemperie dei
secoli:
“CHRISTUS REX GLORIAE HOMO DEUS VENIT IN PACE!
(CRISTO, RE DELLA GLORIA, DIO FAITO UOMO, VIENE PORTANDO LA PACE!)..
Nel 2008 celebreremo l’anniversario di una
Cattedrale ristrutturata e abbellita 900 anni fa con le opere cosmatesche.
Cento anni fa nel periodo 1898 - 1905 furono eseguiti lavori abbastanza
imponenti per ripristinare, per quanto si poteva, ciò che aveva
distrutto la lunghezza degli anni e il cambiamento di mentalità e di stile
del 1693.